A Roma le radici della nostra Fede

Oria | Estratto da: Memoria – Quaderno Pastorale della Diocesi di Oria
Memoria-Oria-diocesi
 
La VOCE del VESCOVO: S. E. Rev.ma Mons. Michele CASTORO
 
 
Sono ancora vivide nei nostri occhi e, ancor
più, nel nostro cuore le immagini dell’incontro
col Papa in piazza San Pietro e della celebrazione
nella Basilica di San Paolo, il 15 aprile
scorso. E’ sempre una grande emozione andare
a Roma da pellegrini. Questa volta lo abbiamo
avvertito in modo particolare. Perché? Qual è
il motivo profondo della preminenza di Roma
rispetto alle altre comunità cristiane? Su che
cosa si basa tale primato?
Il nostro pellegrinaggio diocesano sulle tombe
di Pietro e di Paolo ce lo dice in maniera
semplice e chiara: quella chiesa è la depositaria
della testimonianza di fede dei due apostoli,
una testimonianza che è arrivata fi no al martirio.
Roma custodisce nelle sue radici il dono che
essi hanno fatto al loro Maestro di tutta la loro
vita, fi no al dono del loro sangue. Questo dono
è custodito nelle viscere della stessa terra di
Roma, ma ancor più è intessuto nella profondità
della sua vita di fede, nella tradizione vivente che
da quella testimonianza è scaturita, e che è diventata
garanzia per noi di una immutata fedeltà
a Cristo e al suo vangelo.
Andare a Roma, dunque, signifi ca andare a
venerare il martirio di Pietro e di Paolo, e da questa
venerazione noi facciamo nascere un duplice
sguardo: a Cristo, che vogliamo seguire con
tutto noi stessi, costi quel che costi, e alla sua
Chiesa, nata dal suo sangue sparso sulla croce
e rafforzata dal sangue di tutti coloro che per Lui
hanno saputo dare la propria vita diventandogli
conformi persino nel modo di morire. Non si può
andare a Roma, allora, senza sentire l’amore per
Cristo e l’amore per la Chiesa. E ancora un altro
insegnamento possiamo trarre dal nostro pellegrinaggio.
Il libro degli Atti degli Apostoli ci parla
di Pietro e di Paolo in riferimento alla comunione
della Chiesa. Se in quel libro si descrive una tale
comunione in termini entusiastici e luminosi, fi no
a dirci che “la moltitudine di coloro che erano
diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima
sola” (At 4,32), esso ci dice anche che questa
comunione non era una uniformità piatta, ma
che essa si accompagnava ad una vivacità che
ha attraversato momenti di confronto, di dialogo,
e anche di tensione. Una comunione che ha avuto
bisogno di una riconciliazione. Pietro e Paolo
sono stati portatori di due sensibilità, due stili,
due atteggiamenti diversi nella loro missione. Di
essi la liturgia dice che “con diversi doni hanno
edifi cato l’unica Chiesa”.
Il Santo Padre Benedetto XVI, al quale con
il nostro viaggio abbiamo voluto dire la nostra
devozione e il nostro affetto, con una splendida
catechesi ci ha confermati nella fede nel Signore
Risorto. Egli con il suo magistero e il suo esempio
ci insegna quotidianamente che vale sempre
la pena di amare la Chiesa e di edifi carla
nell’amore.
 
 
N.B.:
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