FARE VERDE su ILVA di Taranto: crisi di sistema non di impianto

FARE VERDE Puglia

I dipendenti ILVA sono 12.859 (dati da sito ILVA) su 579.556 abitanti della Provincia di Taranto (ISTAT, 2011) e producono il 75% del PIL dell’intera Provincia: dal 2,2% della popolazione su base provinciale impiegata all’ILVA dipendono tre quarti dell’economia di tutta la provincia e il 76% della movimentazione del porto di Taranto (dati da sito ILVA e Autorità Portuale).

È questo il vero problema dell’ILVA: le dimensioni di uno stabilimento colossale, grande quanto una volta e mezza la città, che porta alla concentrazione dell’economia nelle mani di pochi e al sistematico ricatto occupazionale. Tutti nella grande trappola dei veleni.

Nel 1965 per far posto all’impianto siderurgico, che oggi è più il grande d’Europa e uno dei primi 10 del mondo, sono stati sradicati ulivi secolari, abbattute masserie e decine di migliaia di contadini sono passati dal lavoro nei campi a quello svolto in una specie di girone infernale, che solo a vederlo di notte, mentre sputa fumo e polvere, mette paura. “Un lavoro, quello in fabbrica, non meno faticoso ed usurante, ma più moderno e al passo coi tempi”: questo si pensava negli anni del boom economico! Si pensava che in questo modo i Tarantini sarebbero usciti dalla povertà. Con il loro salario avrebbero potuto acquistare tutto ciò che prima si producevano da soli e molto di più. Con i soldi dell’ILVA si sarebbero potuti costruire case nuove di cemento e mattoni, roventi d’estate e fredde d’inverno. Perchè preoccuparsi, infatti, se la propria casa fatica a riscaldarsi e non sa tenere fuori l’infuocata estate pugliese? Con il salario avrebbero potuto pagare gasolio e, più tardi, elettricità per i condizionatori, senza preoccuparsi troppo dei consumi. Erano i poveri a doversi costruire masserie naturalmente fresche d’estate e calde d’inverno. I poveri e arretrati contadini non avevano soldi da buttare in riscaldamento e bollette elettriche. Gli operai, invece, dovevano produrre e consumare su tre turni per permettere ad altri contadini di diventare operai ed uscire dalla povertà. Le donne avrebbero disimparato a fare le “strascinate”, così vengono chiamate le orecchiette nel tarantino: nell’era moderna la pasta si compra al supermercato con il sudato salario! Qualcuna si sarebbe vergognata anche solo a dire di saperle fare: se lo avesse ammesso, di lei si sarebbe pensato che non aveva neanche i soldi per comprarsi la pasta. Poverina! Nell’era moderna le orecchiette fatte in casa diventano simbolo di arretratezza e povertà.

È il modello economico della crescita che ha dominato due secoli di storia umana, che ha intrappolato Taranto e la sua gente, che ora scricchiola vistosamente!

Cosa accadrebbe se, dopo mezzo secolo dalla sua costruzione dello stabilimento di Taranto, la crisi ambientale dovesse precipitare prima ancora di quella economica e rendere diseconomica la produzione dell’ILVA? Lo stabilimento potrebbe chiudere anche per altre ragioni, oltre che per una sentenza della Magistratura. L’era del petrolio a buon mercato per trasportare materie prime e prodotti finiti in giro per il mondo sta per finire. Le emissioni di CO2 sono già oggi oltre ogni livello di sostenibilità. Lo stabilimento di Taranto consuma 20 milioni di tonnellate all’anno di risorse non rinnovabili (minerali, fossili e coke), di cui l’Italia è priva, e produce un inquinamento devastante che peserà sul destino di diverse generazioni e che ha costi economici crescenti. Se per tutte queste ragioni, oltre che per un legittimo provvedimento della Magistratura, la produzione dell’ILVA di Taranto dovesse risultare diseconomica e cessare o ridimensionarsi, un’intera provincia resterebbe in ginocchio sulle macerie di un’epoca folle ormai alla fine.

L’avventura industriale dell’ILVA lascerebbe in eredità ai Tarantini un territorio in cui non è più praticabile l’agricoltura in un raggio di 20 km dall’impianto. Sui terreni avvelenati dall’ILVA non si potrebbero ripiantare ulivi e ricostruire masserie dall’oggi al domani. E la gente sperimenterebbe la vera povertà: la mancanza non di merci, ma di beni primari. I piloni di acciaio non sono commestibili.

È per questo che a Taranto come altrove non bisogna fermarsi alla gestione dell’emergenza. Oggi si potrà tamponare, non risolvere, la situazione con qualche filtro o qualche depuratore. Ma prima o poi il problema si ripresenterà in termini che potrebbero essere ancora più drammatici. Già per troppi decenni abbiamo fatto finta di niente. In nome del salario e dei consumi siamo passati sopra i morti. E ancora oggi non si parla dei danni causati dalla raffineria ENI e dal cementificio!

È per questo che FARE VERDE, da associazione ambientalista attenta al Territorio e ad un nuovo Futuro senza rincorrere facili protagonismi, ritiene che ora si debba pensare ad un modello economico completamente diverso. La soluzione al problema dell’ILVA non può essere trovata all’interno dello stesso modello ottocentesco di produzione e consumo che lo ha generato.

Bisogna allargare gli orizzonti e allungare il lasso temporale delle nostre analisi. Il problema di Taranto è il problema di tutte le economie occidentali: come affrontare la fase terminale di un’epoca durata due secoli, iniziata con la rivoluzione industriale e dominata dall’economia della crescita? Bisogna cambiare paradigma: da quantità a qualità, da grande e globale a piccolo e locale. Bisogna ricollocare le economie sul territorio uscendo da una globalizzazione selvaggia ed insostenibile. Occorre cominciare a distinguere tra beni e merci, perché per il nostro benessere abbiamo bisogno di beni, anche comuni come l’aria, l’acqua e terra fertile da coltivare, e non necessariamente solo di merci da acquistare con un salario pagato con la vita oltre che con il proprio lavoro. Bisogna distinguere tra lavoro e occupazione – termini sistematicamente confusi tra loro da sindacalisti, politici e imprenditori – perché si può ancora lavorare per procurarsi beni e servizi fuori da logiche mercantili. Bisogna, infine, distinguere tra occupazione e occupazione utile. Migliaia di operai che producono acciaio sono con buone probabilità meno utili in questa fase storica di centinaia di migliaia di addetti all’efficienza energetica del patrimonio immobiliare italiano, alle bonifiche, alla messa in sicurezza del territorio. Questi ultimi producono benessere e risparmi economici contribuendo a ridurre il debito pubblico. Gli altri no.

Di quanto acciaio avremo veramente bisogno per il futuro e per una economia ricollocata sul territorio? Quanti carri armati, telai di automobili, ponti potremo ancora costruire? E se producessimo meno acciaio e più cogeneratori, pannelli solari per uso domestico, infissi ad alta efficienza? In una area industriale come quella tarantina non sarebbe meglio avere più imprese e diversificare il rischio, invece che dipendere da un solo colosso dai piedi di argilla?

Poiché imprenditori, governi tecnici, politici, banchieri e sindacalisti non hanno di queste visioni, sarebbe meglio che noi tutti cominciassimo a farci avanguardia di una rivoluzione culturale capace di generare economie nuove. Economie che funzionano e siano capaci di futuro.

Questa la sfida che FARE VERDE lancia al territorio ed alle Amministrazioni!

Il Presidente Nazionale

f.to Dott. Massimo DE MAIO

 

Il Presidente Regionale Puglia

f.to Avv. Francesco GRECO

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