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Ricordi, timori, speranze e proposte in una lettera aperta a Cosimo Mazza

In occasione della vendita del Castello. Ricordi, timori, speranze e proposte. L’autore, prof. Cosimo Mazza, è profondamente legato a Oria.

Cosimo Mazza

Ricordi, timori, speranze e proposte in una lettera aperta a Cosimo Mazza.

Oria, 30 agosto 2007

(giorno dedicato alla festa di San Barsanofio)

Caro Nonno,
erano i primi giorni di febbraio del 1948, quando tu chiamasti a te i tuoi nipoti per l’ultimo saluto. Ne avevi otto allora, di nipoti. Io ero il più grandicello, da qualche mese avevo compiuto dieci anni e frequentavo la prima classe della scuola media, a Francavilla Fontana: ero riuscito ad evitare il Seminario, grazie a ciò che disse don Barsanofio Chiedi a mio padre, che era suo figlioccio. Chiedesti che ci avvicinassimo a te uno alla volta. Da ciascuno di noi ti accomiatasti con delle belle parole e qualche raccomandazione.
Raccogliendo le tue ultime forze, ci stringesti al petto e ci desti il bacio di addio.

 Io non ho mai dimenticato le tue ultime parole, soprattutto nei momenti critici, quando nel tuo ricordo ho trovato la forza per superare difficoltà a prima vista insormontabili.

 Dopo la tua partenza, tra le tue poche carte, fu rinvenuto un biglietto scritto da te col lapis. Con quel biglietto lasciavi a mio padre, e poi a me, alcune incombenze, tra le quali quella di accendere una lampada ad olio sulla tua tomba nelle ricorrenze festive, come quella odierna: la festa di San Barsanofio. Per decenni la lampada ad olio non è mancata, ma successivamente, e da molti anni ormai, è stata sostituita da quella elettrica. A volte ho trascurato di venire a trovarti a Camposanto, ma ho sempre avvertito il bisogno di dialogare con te o addirittura di affidarmi alla tua protezione, come quella volta – ricordi? – quando mi sollevasti da terra e mi avvolgesti nel tuo mantello (la cappa), stringendomi tra le tue vigorose braccia, per sottrarmi all’ira di mio padre.

 Ti scrivo non per parlarti di cose familiari, ma per informarti di alcuni fatti che si stanno verificando proprio in questi giorni e di cui forse ancora non ti è giunta notizia.
Sono convinto che quanto ti dirò ti arrecherà dispiacere, ma non posso fare a meno di parlartene e di cercare di fare con te alcune considerazioni.

 La famiglia Martini Carissimo, che tu hai servito con fedeltà per tutta la vita, ha venduto anche il Castello e, di conseguenza, si è incamminata su una strada al termine della quale,  inevitabilmente, vi è la fine del rapporto con Oria. Non ti sembrerà vero, ma è proprio così.

 “Panta rei” diceva Eraclito. Il tempo scorre e tutto cambia e passa!

Prof. Cosimo Mazza

Mutamenti sociali dopo la seconda guerra mondiale.
Da quando tu sei andato via sono cambiate tante cose, in particolare il modo di sentire, di pensare, di essere della gente. Con la seconda guerra mondiale la nostra società si è profondamente trasformata. L’Italia non ha più una economia basata sulle attività agricole, ma è uno dei Paesi più industrializzati del mondo. La vecchia borghesia terriera ha perso il potere economico e, quando non si è adeguata alle innovazioni, è tramontata!

 Nel secolo scorso, come ben sai, ci sono state due guerre.
La seconda ha portato lutti e distruzioni più della prima, di quella che tu hai combattuto sul fronte, avendo nel cuore la sofferenza della moglie e di quattro figli rimasti in Oria; al riparo dalle granate, ma soli ed in povertà a oltre mille chilometri di distanza, in un momento difficile e drammatico della vita familiare. In quel periodo, mentre tu eri lontano, si erano verificati due fatti che segnarono profondamente la vita della nostra famiglia: era morto in guerra, giovanissimo e già promosso Capitano, un fratello della nonna, studente di Matematica e Fisica all’Istituto Tecnico di Lecce; subito dopo, quasi certamente come conseguenza, la nonna si era ammalata di cuore, malattia che in seguito l’avrebbe portata alla tomba.

Rispetto alla prima, la seconda fu una guerra “totale” e “assoluta”: fu combattuta con ogni mezzo e coinvolse l’intera società civile, senza alcuna distinzione tra chi era al fronte e chi era rimasto a casa. Se la prima guerra, al di là del sacrificio di centinaia di migliaia di vite umane, in qualche modo aveva favorito, nella lunga e drammatica vita di trincea, la conoscenza tra giovani provenienti da diverse regioni d’Italia, la seconda – sia pure in un quadro d’immane tragedia – fece maturare nell’animo degli Italiani il desiderio di essere uomini liberi e la volontà di cercare nelle loro capacità le ragioni e le regole dello stare insieme, di valutare e decidere le proprie cose senza più affidarsi all’uomo della Provvidenza e di cominciare ad operare per liberarsi finalmente di un retaggio secolare fatto di “signor si”, sfruttamento, ignoranza e miseria.

La nascita della Repubblica.
Col referendum popolare del 1946 – al quale anche tu, sia pure con qualche incertezza, partecipasti ed al quale presero parte attiva anche le donne, esercitando per la prima volta il diritto di voto – gli Italiani si liberarono della “Monarchia”, scelsero la “Repubblica” ed elessero l’Assemblea Costituente. L’orientamento in favore della Repubblica prevalse soprattutto per la volontà degli elettori del Nord; nel Centro-sud, in particolare nel Sud, ci fu una maggiore resistenza al cambiamento, forse per ignoranza o per una sorta di atavica pigrizia o per la permanenza nell’inconscio dei residui della non felice esperienza dell’unificazione del 1860, che aveva arrestato lo sviluppo del meridione, considerato semplice terra di conquista dai Piemontesi, ed aveva generato, o comunque accentuato, il drammatico problema dell’Italia a due velocità. Mentre tu eri ancora qui, con noi, l’Assemblea Costituente aveva già terminato i suoi lavori e da appena un mese era entrata in vigore la nuova Carta costituzionale, attraverso la quale doveva compiersi il processo di unificazione degli Italiani.
Lo Statuto – concesso da Carlo Alberto un secolo prima al piccolo Regno di Sardegna e poi esteso al Regno d’Italia – finalmente era stato sostituito. La nuova Costituzione, elaborata dai rappresentanti del popolo italiano liberamente eletti, sanciva la nascita di uno Stato unitario, democratico, fondato sul lavoro, sulla giustizia e sulla libertà. A tutti i cittadini, senza distinzione alcuna, erano riconosciuti e garantiti la “pari dignità sociale” e il diritto all’istruzione.

 Finalmente una scuola “aperta a tutti”! Ci pensi, nonno? Anche tu, che eri stato costretto a fermarti alla terza classe elementare, avresti potuto continuare a studiare, “raggiungere i gradi più alti” dell’istruzione e partecipare concretamente “all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

La situazione sociale in Oria prima dell’avvento della Repubblica.
Tu hai avuto la sventura di vivere l’età migliore per la formazione (infanzia, fanciullezza e giovinezza) in un periodo in cui miseria e fame favorivano l’analfabetismo e spingevano gran parte delle forze vitali del Paese (in particolare del meridione d’Italia), governato da una classe dirigente preoccupata quasi esclusivamente di conservare i privilegi costruiti sull’ignoranza e sullo sfruttamento, a cercare altrove la soluzione ai problemi dell’esistenza, come succede ora alle popolazioni dell’altra sponda del Mediterraneo.

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