Salviamo la bellezza dell'uomo dalla lebbra

Rino Spedicato Presidente Associazione Retinopera Salento

Rino Spedicato

La riflessione di Rino Spedicato in occasione del Convegno pubblico promosso ad Ostuni dall’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau) 57a Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra – 19 gennaio 2010.

Leggendo la documentazione che mi è stata inviata dagli amici dell’AIFO mi ha colpito un messaggio ed il ragionamento che ne consegue.

IL MESSAGGIO:

La Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra, non sarà solo un giorno “contro” la diffusione di una malattia, ma soprattutto una giornata “per” la diffusione di un contagio sociale: il contagio della dignità e della bellezza di ogni persona ed in particolare dei più emarginati e dimenticati, come i malati di lebbra.

IL RAGIONAMENTO:

Purtroppo questo concetto risulta, in modo preoccupante, sempre più svilito dalla superficialità imposta dalle mode correnti.

La bellezza di una persona è sempre più legata ai modelli di ricchezza, di successo, di efficienza se non di prepotenza.

Salvare la bellezza dell’uomo, la sua dignità, il suo desiderio di felicità, rappresenta una grande emergenza educativa ed insieme sociale, ma anche una forte provocazione ai nostri stili di vita, al nostro essere cristiani ed operatori di pace, al nostro modo di vivere la Chiesa, la comunità, l’economia, la politica.

C’è un malessere nella nostra società del benessere che ancora non riesce a modificare l’ordine del giorno della nostra vita e la gerarchia dei valori di questo nostro mondo.

Se ancora oggi i governi continuano a spendere folli cifre per la guerra, la responsabilità è dei governanti ma è anche di chi non riesce ad organizzare la speranza per un mondo di pace e la formazione e la diffusione di una coscienza politica tale da non barattare con un piatto di lenticchie i grandi ideali di uguaglianza, di libertà, di solidarietà.

Basterebbero i dollari spesi in due bombardieri per debellare per sempre la lebbra con i suoi conti in rosso nel bilancio dell’umanità sofferente: circa 10 milioni di persone nel mondo oggi portano i segni della lebbra.

Questa triste realtà dovrebbe provocare una ribellione pacifica ed un movimento unitario di tutti gli uomini di buona volontà ed invece, molto spesso, ci lasciamo coinvolgere dagli egoismi individuali, di gruppo o dallo scontro culturale “amico/nemico”, provocando così una mortificante e sterilizzante frammentazione del popolo della pace.

Eppure i discorsi e gli impegni sulla pace, sul disarmo, sul cambiamento dei modelli di sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nel Sud del mondo e distruzione dell’ambiente naturale, sono innati, interni alla nostra vita di fede e al nostro cammino verso la santità cristiana, come ebbe a dire Don Tonino Bello, nell’Arena di Verona nell’autunno del 1989 ai diecimila convocati da “Beati i costruttori di pace”.

C’è un’altra riflessione che la Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra ci aiuta a compiere: non aver compreso che la felicità e la bellezza vengono soprattutto dai beni relazionali, cioè da quei rapporti gratificanti con gli altri che non sono oggetto di mercato.

Rapporti interpersonali ispirati alla fraternità, all’amore, alla sobrietà, al sacrificio per gli altri.

Purtroppo i modelli culturali imperanti ci dicono, invece, che la felicità e la bellezza si realizzano solo con il conto in banca, la bella casa, il bel corpo, la bella automobile, le apparizioni in tv.

É necessario riscoprire il volto dell’altro, soprattutto il volto del sofferente, riscoprire il valore della reciprocità che ci dà la gioia di vivere.

La sfida alla quale siamo chiamati diventa quella di incidere culturalmente per rendere tutto questo non semplicemente una speranza ma un programma da mettere in atto attraverso una ripresa della cultura del dono, della partecipazione, della condivisione, della “convivialità delle differenze”.

Quanto è attuale il monito di Don Tonino Bello:

“Occorre camminare insieme, gioire insieme, sacrificare insieme. Da soli da non si cammina più”.

Proviamo ad immaginare come potrebbe cambiare in meglio il nostro mondo se i nostri gruppi, le nostre famiglie, le nostre Parrocchie, i nostri Comuni si trasformassero in “laboratori di pace”.

Sciaguratamente noi siamo bravi, frequentemente, a complicarci la vita, e anziché operare per la pace e l’unità, operiamo, di fatto, per la discordia e le divisioni, danneggiando non poco la possibilità di dare voce agli ultimi, ai poveri, agli emarginati.

La Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra ci offre un’ulteriore opportunità per riflettere su questa civiltà dell’usa e getta che violenta il creato e le persone.

Eppure il creato e le persone, in modo particolare coloro che soffrono, sono espressione della bellezza di Dio.

Forse abbiamo bisogno di fermarci a riflettere, a pregare, a contemplare, a riscoprire il respiro dell’anima e l’intimo legame del creato e delle creature con il Creatore e Salvatore.

Avremmo più forza, più coraggio, più entusiasmo per lavorare insieme contro ogni forma di ingiustizia e di violenza.

Il 2010, anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, possa portarci al riconoscimento del diritto delle persone che vivono in condizione di povertà e di esclusione sociale, a condurre una vita dignitosa e a svolgere un ruolo attivo nella società e al rafforzamento dei fattori di coesione sociale, attraverso la sensibilizzazione della collettività rispetto ai vantaggi derivanti dalla riduzione delle situazioni di povertà ed esclusione sociale.

In caso contrario abbiamo ingannato i poveri e sciupato un’occasione importante di contrasto alla povertà e all’emarginazione attraverso l’impegno di tutti, soggetti pubblici e privati.

Dal suo esito, quindi, dipende o il rilancio di una grande risorsa per far crescere l’umanità o, per dirla con lo scrittore americano David Thoreau, “non c’è odore peggiore di quello che proviene dalla bontà andata a male”.

Salviamo la bellezza dell’uomo dalla lebbra per restituire alle persone il rispetto pieno della loro dignità di esseri umani.

Facciamo in modo che possa crescere e radicarsi una nuova coscienza, un nuovo impegno, un nuovo modo di stare insieme e lavorare perché possa estendersi quella che Raoul Follereau chiamava “l’epidemia del bene”.

Sporchiamoci le mani nei cantieri della storia; chiunque può fare e dare qualcosa.

Nessuno può essere felice da solo.

Lasciamoci contagiare dall’opera d’amore dell’AIFO, dalle tante testimonianze di solidarietà e dal bacio di Francesco al lebbroso che rivoluzionò la sua vita e, con l’aiuto di Dio, lo guarì dalle sue paure e dal suo egoismo.

Liberiamoci dai pregiudizi e dai nostri egoismi:

il nuovo mondo può essere veramente alla portata di tutti.

Auguri di pace; auguri di buon lavoro alla grande famiglia dell’AIFO e al suo Presidente Franco Colizzi.

RINO SPEDICATO

Presidente Associazione “Retinopera Salento”

www.retinoperasalento.it – Facebook

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