Torneo dei Rioni. Capone a Mazza: cancellato con un colpo basso

Turismo via di speranza. Capone a Mazza: mi avete rimosso senza informarmi. Si tratta di un colpo basso e di un’appropriazione indebita.

Gino Capone

Gino Capone

Maestri come Mario Soldati, Carlo Lizzani, Marcello Marchesi, o amici e colleghi come Giorgio Faletti mi hanno insegnato che se necessitano molte parole per comunicare un concetto, un’idea, o molte righe per raccontare una vicenda c’è qualcosa che non torna. È esattamente ciò che è capitato al professor Mazza replicando alla mia nota di qualche mese fa con delle precisazioni (lui dice alcune) di una prolissità unica. Sappiamo quanto al professore piaccia parlare, ma questa volta avrebbe potuto cogliere l’occasione di esimersi ed evitare, così, di darsi la classica zappa sui piedi.

Vengo e mi spiego.

Nella mia nota, mi ero rammaricato solo del fatto che nella sua cronistoria di cinquant’anni di Torneo e di Pro Loco (Turismo… via di speranza) avesse omesso totalmente tutta una lunga e importante storia pregressa che mi vedeva coinvolto in primissima persona. Tutto qua. E lui, il professore, per tutta risposta cosa fa? Replica alle mie 3 pagine e mezza scrivendo sette pagine fittissime, a dire il vero anche pletoriche e un po’ noiosette, dimostrandomi in pratica che avevo perfettamente ragione nel contestargli l’omissione. Di storia pregressa da raccontare ce n’era, e anche tanta se ha riempito ben sette pagine.
Allora viene spontaneo chiedersi come mai l’abbia omessa quasi del tutto nel suo opuscolo? Per dimenticanza non credo; il nostro ha buona memoria. Allora per quale altro recondito motivo ha raccontato la storia di tutti, riservando alla mia solo un breve cenno?
Questa è la domanda alla quale avresti dovuto rispondere, esimio professor Mazza. Invece ti sei buttato a capofitto in una questio che non ti riguardava minimamente, per cui è difficile comprendere a che scopo e, principalmente, a che titolo ti stai prendendo tutta questa briga di precisare, replicare, contestare, accusare. Stai sprecando tanto tempo e lo stai facendo con tanto accanimento per dimostrare cosa? E a che pro, poi? Mah!
Tralasciando le polemiche e passando dalle chiacchiere, che stanno a zero, ai fatti, restituirò al mittente quelli essenziali e mi sforzerò di farlo quanto più succintamente per non annoiare il lettore (altra regola principale della comunicazione insegnata dai già citati maestri e ignorata dal prof).
Primo. Sappia il professore che io rivendico l’ideazione dei 4 Rioni (Castello, Judea, Lama e Sancto Basilio), comprensivi dei colori, dell’araldica e della cronistoria, che sono cosa ben diversa dalle congreghe e dalle contrade note sin dal 1600.
Secondo: che ci fosse in giro sin dal 1959 una proposta riguardante una rievocazione storica incentrata su Tommaso D’Oria lo ignoravo completamente. E non solo io. Presumo che non ne sapesse nulla neanche il giudice Palazzo, presidente della Pro Loco dell’epoca, o il dottor D’Addario, fondatore e vicepresidente della stessa Pro Loco, tanto meno i soci e i consiglieri di allora, così come dobbiamo supporre che non lo sapesse neanche lo stesso fantomatico estensore di detta proposta, che come minimo si sarebbe fatto avanti per rivendicare se non altro la priorità dell’idea. L’unica ipotesi plausibile, quindi, è che quell’appunto di cui parla il prof non sia del ’59 ma successivo. La riprova sta nel fatto, incontrovertibile, che se la proposta fosse esistita già prima del ’65 i miei cari detrattori di allora ci avrebbero messo meno di un nanosecondo a farmelo presente, e anche a farmelo pesare. Questo taglia la testa al toro, o almeno dovrebbe. Inoltre va detto che nessuno, tanto meno il sottoscritto, può rivendicare l’ideazione di qualsivoglia personaggio storico, che sono di pubblico dominio, come appunto Tommaso D’Oria o lo stesso Federico II. Lo dico con cognizione di causa. Avendo scritto e realizzato circa cinquanta film, di opere dell’ingegno me ne intendo. L’ideazione che si può eventualmente rivendicare è l’impianto narrativo (il concept, come si dice adesso) con cui si vogliono rappresentare detti personaggi. Io questo presentai alla Pro Loco nel 1965 (una proposta progettuale che prevedeva una rievocazione storica imperniata su i 4 Rioni, da me ideati, e incentrata sulla figura di Tommaso D’Oria, personaggio storico e quindi di dominio pubblico intitolata Giostra Medievale in Oria Fumosa). L’epicentro di tutta la questione, almeno per quanto mi riguarda, è qui. Il professor Mazza può pensare e dire ciò gli pare ma c’è un fatto inconfutabile, ed è questo. Un giovane autore (il sottoscritto) presenta un progetto a un Ente organizzatore (La Pro Loco) ; per quasi due anni fa su e giù da Roma (a sue spese) per discuterne la fattibilità; se ne annuncia ufficialmente la realizzazione alla cittadinanza e alle massime autorità locali e si apre anche una sottoscrizione per la raccolta di fondi, poi le parti (autore e ente organizzatore) concordano di rinviare il debutto di un anno per prepararlo meglio (non più il ’67 ma il ’68 ) e sottoscrivono l’accordo mettendolo a verbale. Invece che cosa accade? L’Ente organizzatore ignora arbitrariamente l’impegno concordato con il sottoscritto. Modifica il progetto, sostituendo Tommaso D’Oria con Federico II, ma mantiene i Rioni e per il titolo usa il termine Torneo, detto anche Giostra (dal latino juxtare), e lo realizza. Il tutto senza neanche degnarsi, non dico di sentire il parere di chi ha dato per primo il via a tutto, lavorandoci per due anni e presentando bozzetti, plastici , disegni, stemmi, gare, ma neanche di avere la correttezza di informarlo. Nulla. Silenzio assoluto. Mi hanno semplicemente cancellato, come se non fossi mai esistito. Rimosso. A questo punto mi chiedo e chiedo al lettore: se fosse capitato a te come ti saresti sentito? E come l’avresti definito tutto ciò? Io l’ho definito un colpo basso e un’appropriazione indebita; e credo di essermi anche contenuto.
Il professor Mazza, invece, non solo si affanna a minimizzare il fatto, ma tenta addirittura di giustificarlo. Ripeto, non so a che titolo. Escludendo che si sia prestato a farlo per interposta persona, devo pensare che lo faccia per sfizio personale, che capirei anche se avesse avuto un ruolo in quegli anni (’65 e ’66), ma per quanto mi sforzi non ricordo di averlo mai visto né all’interno né all’esterno né nei paraggi della Pro Loco, per cui o non c’era o se c’era aveva un ruolo così ininfluente che non mi sono accorto che ci fosse. Adesso irrompe sulla scena con addosso la toga del difensore d’ufficio e spara una sua personalissima arringa, prima sostenendo che non c’è stato nessuno che abbia approfittato della mia buona fede per farmi fuori; poi ipotizzando ( e qui non dico che sfiora il ridicolo ma lo centra in pieno) che se all’interno della Pro Loco non ci fosse stato qualcuno (un delatore evidentemente) con la fregola (parole sue) di informare anzitempo mio padre di ciò che stavano decidendo alle mie spalle, sicuramente sarei stato messo al corrente.
Quando, emerito professore? Quando sarei stato messo al corrente?
La drammatica lettera con cui mio padre m’informava a sua volta di ciò che era accaduto mi è giunta a Roma quando i giochi erano già stati fatti. Esattamente 5 giorni prima dell’uscita del corteo cui io, precipitatomi a Oria, ho assistito in piazza con la morte nel cuore; primo perché toccavo con mano che mi era stato fatto un torto, secondo perché qualità e spettacolarità di ciò che vedevo non avevano nulla a che vedere con quelle che avevo immaginate. Aggiungo un particolare. Davanti, dietro, intorno e dentro il corteo c’erano molti di coloro che per due anni erano stati a discutere con me del progetto nei locali della Pro Loco e mi videro tutti in piazza, impalato insieme a mio padre all’angolo del mitico negozio di Dante Alighieri, pallido come un cencio, ma nessuno, dico nessuno, ebbe il coraggio di salutarmi. Mi passarono davanti come se non ci fossi. Anzi qualcuno lo fece anche con aria beffarda.
Terzo e ultimo punto. L’anno successivo fui riammesso a bordo, non so se per le vivaci e giustificate proteste di mio padre (che si sentiva in colpa perché era stato lui a suggerirmi di proporre alla Pro Loco quanto avevo ideato e scritto) o perché il giudice Palazzo, e credo anche il dottor D’Addario, si erano resi conto che era meglio mettersi in mani competenti e capaci che affidarsi ad improvvisatori. È assolutamente vero che presi atto del cambio della pagina storica da rievocare (Federico II e non più Tommaso D’Oria), che la condivisi e che per la definizione del corteo interagii con il notaio Travaglini (che ho ricordato nella mia precedente nota menzionandolo). Tutto sacrosanto vero, così come è sacrosanto vero che nel ’69 il giudice Palazzo mi affidò la realizzazione dell’intera edizione. Io chiesi e ottenni carta bianca ed elaborai un copione, comprensivo delle gare del Torneo e della cerimonia di presentazione del Palio, i cui testi furono tradotti in volgare dal professor Alvaro Ancora, che stilò anche il bando. Copione che il giudice Palazzo, al fine di vanificare eventuali contestazioni e a riprova che mi aveva dato via libera motu proprio, cioè contro il parere di molti consiglieri, fece esporre per 3 mesi nella bacheca della Pro Loco, a disposizione di chiunque avesse avuto qualcosa da osservare o da ridire. Nessuno disse ne Ah! ne Bah! e con quel copione realizzammo l’edizione del ’69, che fu un successo, e con quel copione si è continuato a realizzare il Torneo sino a oggi.
Infine, e concludo, il professore non contento se la prende anche con chi non c’entra assolutamente nulla e spara a zero contro quel gruppo di amici , tutti più o meno giovani come il sottoscritto , che non formavano affatto il Gruppo Capone, come lo definisce il prof per sottintendere subdolamente una corporazione. Formavano semplicemente il team (o comitato) organizzativo che per forza di cose collaborava attivamente con me che avevo responsabilità direttive. Sto parlando di gente quale Sergio Durante, Pasquale Mangia, Pino Malva, Mimino Santostefano, Umberto Durante, Franchino di Bella, Giancarlo Mingolla, Angelo Galiano, Pino e Romualdo De Simone, Alvaro Carone, Peppino De Grazia, Giuseppe Micellli, Ezio Notarini, Tonino Palmisano, ecc, ecc. Credo che risponderanno in qualche modo anche loro al professore, che in sostanza li ha definiti dei cospiratori. Io ti dico solo una cosa, emerito professor Mazza: se non ci fosse stato quel gruppo, in cui includo i tanti volontari entusiasti dei 4 rioni, il Torneo si sarebbe fermato al secondo giro di boa, e non per colpa di alcuno ma inevitabilmente, per forza di cose. La Pro Loco di quei tempi non era come quelle che poi si sono avvicendate in anni successivi. Il Consiglio di allora era formato da gente molto in vista, professionisti affermati, quasi tutti laureati o quanto meno diplomati, alcuni già avanti negli anni. Redigevano il Numero Unico, curavano l’amministrazione e i rapporti con le autorità limitrofe e gestivano gli inviti. Tutte incombenze utili alla causa, ma il Torneo vero e proprio non si faceva nelle retrovie; si faceva al fronte, in trincea, e per farlo ci voleva gente in grado di trottare, di sporcarsi le mani, di piantare pali, di montare e smontare bandiere, di sbattersi da una parte all’altra del paese sino a notte inoltrata per curare, seguire, supervisionare il lavoro dei vari reparti (scenografia, costumi, ecc.) strutturati sulla falsa riga della macchina organizzativa cinematografica, che conoscevo. E che funzionava. Per garantire la qualità e la spettacolarità che richiedeva una rappresentazione in costume come la nostra, facevamo artigianalmente ciò che nel cinema o in teatro facevano maestranze esperte e figure professionali collaudate. E posso garantire che non era lavoro da poco. Come in tutte le cose i primi passi sono sempre i più difficili. Adesso si va avanti quasi a memoria ma allora ci si cimentava con materia nuova, inconsueta e inusuale, tanto che sarte, fabbri, falegnami e carpentieri perdevano letteralmente la testa (ma lo facevano volentieri) per esaudire le nostre richieste. Non c’era quindi il tempo, caro professor Mazza, e non c’era neanche alcun motivo di passare anche dalla sede Pro Loco per riferire ai consiglieri, magari discutendone per ore, per sentire, come avrebbero gradito, cosa ne pensassero di questa o di quella scelta, di questa o di quella decisione. Spesso erano scelte o decisioni che andavano fatte o prese sul campo; e anche al momento. Oltretutto la scaletta dell’evento veniva ampiamente illustrata al Consiglio all’inizio di ogni edizione. Anche se, a onor del vero, i “No” che sistematicamente si beccava il programma di ogni anno prevalevano sempre su i “Sì”, così come con altrettanta onestà devo dire che se non avessimo ignorato, altrettanto sistematicamente, tutti quei “No” dubito che la qualità delle edizioni realizzate sarebbe stata la stessa. Qui ha ragione il professore quando accusa il cosiddetto Gruppo Capone di essersi mosso autonomamente. Verissimo. Ma non lo facevamo perchè avevamo perso la consapevolezza della nostra funzione, come sostiene lui. Al contrario. Lo facevamo proprio perché consapevoli del ruolo che avevamo e proprio per esercitare al meglio la funzione che ci era stata affidata. Anche perchè molti di quei “No”, se non quasi tutti, erano dei “No” gratuiti, dati solo per partito preso. I motivi? Tanti, e non solo quelli che suppone il professor Mazza. Ve ne sono altri, alcuni anche molto sottili, che attengono però alla sfera del sociologico e del costume. Ho episodi a non finire, tutti documentati, e una serie di aneddoti, anche molto divertenti, a sostegno ma non è questo il caso di divulgarli. Rischierei di essere prolisso.
Con questo, caro professor Mazza, ho chiuso davvero e mi auguro di non dover più tornare sull’argomento, almeno pubblicamente (abbiamo già rotto abbastanza le scatole a chi ha la bontà di starci a sentire ). Se proprio hai ancora qualcosa che ti scappa di dirmi facciamolo in un faccia a faccia privato, quando e dove vuoi.

Lo sceneggiatore
Gino Capone
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